Palazzo Zuzi è cresciuto per stratificazioni, un terremoto dopo l'altro. Dentro, un soffitto che nessuno vedeva più da due secoli.
Il primo nucleo, su via delle Bone Novelle, è della fine del Quattrocento e nasce rifacendo strutture medievali dopo il terremoto del 1494. Il secondo è del 1670, anch'esso costruito su preesistenze di cui restano tracce nel cortile. Il terzo arriva dopo il sisma del 1703 e si chiude intorno al 1760, la data incisa sullo stemma che sormonta l'accesso carrabile.
Il palazzo passa alle famiglie Bonanni e poi Bavona, e i lavori di trasformazione si concludono intorno al 1850. Dall'8 dicembre 1912 è vincolato per particolare interesse storico e artistico.

Sopra l'accesso carrabile c'è lo stemma della casata, in pietra scolpita, sormontato dalla corona. Porta la data del 1760 e ha attraversato due terremoti. Il restauro lo ha ritrovato anche dipinto, al centro della volta dell'androne, dentro una cornice finta a stucco.
È lo stesso stemma che ritorna, dipinto, al centro della volta dell'androne.

Queste mura sono state di Carlo De Paolis, aquilano, chiamato a Salerno verso la metà dell'Ottocento per un incarico che nessuno si aspettava: cancelliere di Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie.
Nel 1861, con l'arrivo di Garibaldi e il crollo della dinastia borbonica, la famiglia nascose nelle volte della casa la lettera che decretava quella nomina. Temeva che l'incarico venisse scoperto, ora che in Italia il gioco dei poteri era cambiato.
È rimasta lì fino a quando le volte non sono cadute. Sotto c'erano il soffitto dipinto e il carteggio segreto tra Carlo e il suo re, che nessuno aveva più letto da un secolo e mezzo.

Il soffitto è della fine del Quattrocento ed è dipinto a finto marmo, con venature brune e blu-verdi. Lungo le travi maestre corre un motivo di foglie, e dentro medaglioni rotondi ci sono busti di uomini illustri di profilo. Alcuni portano la corona.
Sono lì da cinquecento anni. Hanno passato gli ultimi due secoli chiusi sopra un controsoffitto di mattoni in foglio, e sono tornati alla luce solo quando quello è crollato.
Dal letto si vedono da vicino.

In mezzo al soggiorno, incastonata in una parete bianca, c'è una porta antica a due riquadri: vetro smerigliato sopra, e sotto un pannello dipinto in rosso, verde e oro.
Il disegno è una grottesca perfettamente simmetrica: un vaso in alto e uno in basso, volute e nastri che si intrecciano, quattro figure alate affrontate agli angoli. Al centro uno scudo araldico sormontato da una testa. È il vocabolario decorativo del Cinquecento, quello che si diffuse nelle dimore italiane dopo la riscoperta della Domus Aurea.
È il disegno che abbiamo scelto per la copertina del guest book che trovate in camera.
Sulla provenienza veneziana non abbiamo ancora un documento: è l'attribuzione che ci è stata riferita e la stiamo verificando con chi ha curato il restauro degli apparati decorativi del palazzo.

Il sisma del 6 aprile 2009 danneggiò gravemente il palazzo. Il restauro è durato quasi quattro anni, dal settembre 2012 al giugno 2016: murature cucite pezzo per pezzo, volte ricostruite con gli stessi materiali, il tetto rifatto in legno di castagno, catene e tiranti a tre quote diverse.
Il disegno qui accanto è il rilievo del danno sul prospetto di via delle Bone Novelle: in rosa le lesioni, in verde i rinforzi. Nel salone del piano nobile non si poteva toccare nulla, perché i muri erano dipinti su tutte le superfici: lì si è lavorato con cerchiature metalliche nascoste nei vani finestra. Sotto lo scialbo sono riemersi dipinti a calce, stucchi e un'antica cisterna.

La casa è una sola, per due persone, sotto il soffitto che il terremoto ha riportato alla luce.